NOBEL 1926: UNA MAPPA LETTERARIA PER GRAZIA DELEDDA

Nobel 1926 è il Nobel per la Letteratura conferito nel 1926 a Grazia Deledda, che è ancora oggi la prima e unica scrittrice italiana ad essere stata insignita di un riconoscimento così prestigioso. Andò a ritirarlo ufficialmente l’anno successivo. Giunse alla stazione di Stoccolma in una gelida serata dell’8 dicembre con il cosiddetto “Treno dei Nobel” mentre era in corso un’eclissi di luna. Occupava insieme al marito Palmiro Madesani l’ultima carrozza del treno. I due vi erano saliti a Trelleborg, dopo aver attraversato il mar Baltico con il traghetto che collegava la Germania alla Svezia. Un mare, come Grazia Deledda avrebbe poi scritto nel racconto breve Due giorni a Stoccolma, «che la fantasia vedeva mortalmente nero e tempestoso». In viaggio da tre giorni, arrivò all’agognata meta stanca morta, ma felice, coronando un sogno coltivato da quasi trent’anni. Un giornalista salito sul treno la descrisse come «una donna minuta, dolce, bianca di capelli» seduta accanto al finestrino. 

Il 10 dicembre, durante la cerimonia di premiazione svoltasi nella sontuosa “Sala dei Concerti” di Stoccolma, Grazia Deledda ritirò dalle mani del Re di Svezia il suo meritatissimo Nobel 1926. Non fece nessun discorso, si limitò a ringraziare. Quell’anno il premio ammontava a 117 mila corone svedesi, corrispondenti a mezzo milione di lire, non poco per quei tempi.

Grazia Deledda tutta imbacuccata a Stoccolma – Fonte Rai

Il cielo del 1927

Il premio Nobel per la Letteratura del 1927 fu assegnato non a uno scrittore o a un poeta, ma a un filosofo, Henri Bergson, grande studioso del tempo vissuto e della memoria. In quello stesso anno, un altro gigante della filosofia, Martin Heidegger, pubblicava l’opera fondamentale Essere e tempo. Non so se Grazia Deledda conoscesse il pensiero di questi due filosofi, che sembra a volte risuonare nelle storie da lei raccontate. E nel suo modo di vivere, di fare esperienza di sé e degli altri esseri viventi, compresi gli animali, delle cose, delle rocce, della natura, dei paesaggi. Con le ombre e le luci, le paure e le gioie di un’esistenza che si faceva scrittura. 

Il Nobel 1926 cercò fino alla morte la vita autentica, come esortava a fare Heidegger, liberandosi dal dominio della chiacchiera, del conformismo, delle relazioni superficiali, delle gelosie, degli equivoci, dei pregiudizi. Per il pensatore tedesco occorreva superare la tendenza degli esseri umani a perdersi come semplici presenze “gettate” nel mondo, “canne al vento” in balia della sorte. Il coraggio, la “grazia” di Deledda fu proprio questa: superare l’angoscia di un’esistenza intrappolata nella mediocrità per vivere una vita continuamente aperta al progetto e alla ricerca del senso delle cose, andando incontro al suo essere originario.

Una straordinaria costellazione fu quindi il cielo del 1927 brillante delle stelle di Grazia Deledda, Henri Bergson, Martin Heidegger, la prima trasvolata atlantica senza scalo di Charles Lindbergh, l’uscita nelle sale del film capolavoro Metropolis di Fritz Lang. E l’ormai per sempre lontana Nuoro, ma solo geograficamente, che in quell’anno diventava capoluogo di provincia, intraprendendo decisa il percorso da paese a città in un mondo che stava profondamente cambiando . 

La Sala dei Concerti (Konserthuset) di Stoccolma in una foto del 1926 – Fonte Wikipedia

Nobel 1926: in Sardegna con Grazia Deledda


Nell’ottobre 2024 ho creato una mappa letteraria dedicata a Grazia Deledda riutilizzando le citazioni già presenti nella Mappa Letteraria Nuoro. In occasione del centenario del Nobel 1926 ho voluto estendere tale mappa al resto della Sardegna, generando quindi una più ampia e ricca cartografia delle opere deleddiane che contengono riferimenti a luoghi precisi di tutta l’Isola. Avrei potuto imbarcami per il Continente, come la stessa Grazia fece tante volte, andando e tornando finché non tornò più, e costruire una mappa deleddiana relativa all’intera Italia, cosa che non escludo per il futuro. Al momento ho preferito però starmene in Sardegna, la terra mai dimenticata che ispirò la gran parte dei romanzi di Grazia Deledda e tutti i suoi capolavori. Furono le storie sarde, ambientate per lo più nella natale Nuoro e nel nuorese, a farle vincere il Nobel, come risulta dalla stessa motivazione con la quale le fu conferito il premio. «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

La mappa raccoglie ad oggi 233 citazioni letterarie, per oltre la metà localizzate nel territorio del solo comune di Nuoro. Chi fosse interessato può contribuire all’arricchimento della mappa segnalando eventuali nuove citazioni. Con l’eccezione di Cenere e di pochi altri romanzi o novelle, le citazioni riguardanti luoghi esterni all’area di Nuoro e del nuorese – dalla Gallura, al Logudoro all’amata Cagliari “citttà dell’amore” – provengono in gran parte da scritture non strettamente narrative. Si tratta di testi brevi di contenuto per lo più informativo, a volte di veri e propri reportage anche di carattere storico, scritti per riviste o presenti nella stessa vasta produzione epistolare, modalità di comunicazione ed espressione entrambe molto utilizzate dalla scrittrice nuorese.

Grazia Deledda era una donna curiosa, attenta, costantemente protesta verso il mondo prossimo e conosciuto come verso quello lontano e sconosciuto. Le piaceva muoversi tra orizzonti diversi, nei boschi, lungo la riva del mare, prendere un treno, una corriera, un piroscafo, montare a cavallo. Una donna da sempre in cammino, con il corpo e con l’anima, e il lungo e faticoso viaggio verso Stoccolma del dicembre 1927 fu forse il viaggio più bello della sua vita.

L’OSPEDALE CESARE ZONCHELLO DI NUORO

L’ospedale Cesare Zonchello di Nuoro nasce come sanatorio climatico negli anni ’30. È una delle tante opere pubbliche realizzate dal regime fascista a seguito della costituzione nel 1927 della provincia nuorese. In quel tempo la Sardegna era una delle regioni con la maggiore incidenza di ammalati e deceduti vittime del “mal sottile”, che colpiva duramente le zone interne e per le quali occorreva un sanatorio territoriale. La scelta cadde non su Fonni o Aritzo, località amene di montagna, ma sulla più collinare Nuoro. Venne localizzato dietro il colle di Biscollai, al riparo dai forti venti di maestrale, con magnifica vista sui monti della Barbagia. E soprattutto a distanza di sicurezza dalla città per evitare il rischio del contagio. Tutto intorno furono impiantati oltre 3000 alberi, soprattutto pini ed eucaliptus, che rendevano più salubre l’aria respirata dagli ammalati e che divennero presto un bosco.

La costruzione del sanatorio nuorese fu promossa inizialmente dalla Croce Rossa Italiana, che nel 1936 lo donò all’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale. Il complesso, articolato su padiglioni lineari, venne ufficialmente inaugurato il 7 giugno 1939 alla presenza dei Reali d’Italia. Progettato dal valente architetto Ghino Venturi, rappresenta, con le sue linee sobrie, uno dei migliori esempi dell’architettura razionalista della Nuoro Littoria. E secondo alcuni anche dell’intera rete degli oltre 60 nuovi sanatori dell’Italia fascista. 

Il sanatorio negli anni '30
Il sanatorio negli anni 30
L’ospedale oggi

Dal sanatorio all’Hospice 

Il sanatorio è un luogo ricorrente nell’immaginario letterario novecentesco, generatore di grandi capolavori come La montagna incantata di Thomas Mann, il cui equivalente italiano è La veranda di Salvatore Satta. Quando Mario Ciusa Romagna visitò per l’ultima volta Salvatore Cambosu ricoverato da tempo al sanatorio di Nuoro, lo invitò a scrivere la «Montagna incantata sarda». «Sì, certo» ribatté lo scrittore «Quante cose!». Ma non molto dopo quell’incontro Salvatore Cambosu morì, portandosi via per sempre la sua montagna incantata e lasciando una stanza piena di libri.

L’Ospedale Cesare Zonchello di oggi non è più un sanatorio, ma la morte non ha smesso di abitarlo. Accade all’Hospice, il reparto cure palliative di riconosciuta eccellenza sanitaria e umanitaria. E’ posto nella parte alta, accanto alla Cappella, quasi al limitare con le scure e contorte querce di Biscollai. Da lassù si intravede l’ospedale nuovo di San Francesco, si odono le sirene delle autoambulanze mescolarsi al canto degli uccelli. E proprio questa mattina l’eco di quelle sirene s’intreccia alle voci di parenti e amici convenuti nella Capella per l’ultimo saluto a un loro caro estinto. «Si può morire in vari modi, ma le cure palliative danno dignità e senso alla morte». Così scrive Salvatore Salis, direttore dell’Hospice e autore di uno straordinario libro di testimonianze. La sua lettura suscita forti emozioni e un profondo sentimento di gratitudine per tutti coloro che operano in questa struttura così necessaria e valorosa. Essere per la morte significa essere per la vita, una vita autentica, come sosteneva il filosofo Martin Heidegger. 

L’ospedale nel bosco

La cancellata originaria che circondava l’Ospedale Cesare Zonchello venne col tempo sostituta dall’attuale muro perimetrale, come a voler isolare meglio la “zona infetta” da una città dei sani sempre più prossima a quella degli ammalati. Bachisio Floris ricorda, nel suo Nùoro forever, che girando intorno al sanatorio «Non si vedeva niente», perché la lunga e folta «selva» degli eucaliptus posti subito dietro l’inferriata ne impediva la vista. Vi era quindi una sorta di rimozione visiva del luogo: non vedere, non sapere, alimentava l’immaginario popolare della malattia. 

Quanti alberi, alti, imponenti, a tratti quasi come in un bosco, le cui larghe fronde si rispecchiano nelle innumerevoli vetrate delle finestre e porte dei padiglioni, acuendone la percezione e conferendogli una bellezza luminosa. Luce e aria sono il respiro segreto di questo luogo, il suo cielo, la sua vita. 

Un riccio si muove tranquillo nel sottobosco sino a scomparire tra la vegetazione. È bellissimo, lo riprendo con lo smartphone. Capitato da queste parti nell’ambito del suo suo celebre Viaggio in Italia (1957), lo scrittore e giornalista Guido Piovene, per il quale lo Zonchello era uno dei migliori sanatori italiani, vide per la prima volta «un nuovo animale, il muflone». Che meravigliose magie riserva sempre la natura.

L’Ospedale Cesare Zonchello non è solo una struttura di servizi socio-sanitari, ma è anche un parco, inglobato ormai nella città, costituendone una grande risorsa ambientale e culturale. È un parco della memoria, che racconta un pezzo importante della storia di Nuoro ed è collocato in un luogo, l’area del Quadrivio, di rilevanza strategica per lo sviluppo futuro della città. 

LE CITAZIONI

La Mappa Letteraria Nuoro contiene attualmente 13 citazioni localizzate all’Ospedale Zonchello provenienti dalle seguenti opere: Gianfranco Brandanu, L’Ospedale sanatoriale di Nuoro, in «Nuoro Littoria», 26 novembre 1938 / Ugo Carcassi, Il San Francesco ed il Cesare Zonchello ospedali di Nuoro, Solinas, 2004 / Franco Salvatore Delrio, Storie di straordinaria “follia”, in Sandro Lecca, «A viva voce. Storie da Nuoro», Condaghes, 2015 / Bachisio Floris, Nùoro forever, Cuec, 2009 / Francesco Masala, Dolce morte e amara vita di Salvatore Cambosu, postfazone a Salvatore Cambosu, «Miele amaro», Il Maestrale, 1999 / Guido Piovere, La Sardegna, in Id.,«Viaggio in Italia», Mondadori, 1957 / Mario Ciusa Romagna, La montagna incantata di Cambosu, in «L’Unione Sarda», 1 luglio 1975 / Salvatore Salis, Storie di vita dall’Hospice. Volaos che sunu sos puzones, Ethos, 2015 / Graziano Siotto, La leggenda di Mamodinu, La Riflessione, 2010

La casa natale di Savatore Satta con la targa icordo apposta sotto la finestra dalla quale si affaccia lo scrittore.

LA CASA NATALE DI SALVATORE SATTA

La casa natale di Salvatore Satta sorge nel cuore del centro storico di Nuoro in via Angioy 1. É la stessa casa, trasfigurata nella creazione letteraria, in cui abita il notaio Sebastiano Sanna Carboni, protagonista del romanzo capolavoro Il giorno del giudizio, che è l’ombra del padre del grande scrittore. La casa natale non la si dimentica mai, vive dentro di noi sino alla fine dei giorni, fonte inesauribile di ricordi e scritture, eterno e universale topos letterario dalle infinite variazioni.

Il giorno del giudizio è una cartografia letteraria, una mappa dell’anima profonda e misteriosa di Nuoro, dove gli spazi e i luoghi intrecciano continuamente le vicende di una folla di straordinari personaggi. É l’opera di un uomo da sempre in cammino con andare dubbioso – giurista, scrittore, marito, padre e nonno -, che cinque anni prima di morire intraprese l’ultimo viaggio della vita, nella sua e in quella degli altri conosciuti durante l’infanzia e la giovinezza quando Nuoro era ancora un paese, partendo proprio dalla casa paterna in cui era nato il 9 agosto 1902. Soltanto dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 19 aprile 1975, anche Il giorno del giudizio – che Salvatore Satta aveva scritto per sé, i propri famigliari e nessun altro – per fortuna nostra venne al mondo, lucente come un faro nella notte.

La casa scala

L’incipit è noto, meraviglioso: «Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona…». Disbrigate le pratiche, scende le scale per trasferirsi dallo studio alla stanza del pianoterra, «l’unica riscaldata da un vecchio caminetto», dove si ricongiunge con la moglie Donna Vincenza e i loro sette figli. E’ una discesa nel buio «immenso» appena rischiarato dai bagliori ondeggianti del lume a petrolio tenuto in mano. Ad ogni piano, come in un labirinto, si aprono i «buchi» delle gelide stanze una dentro l’altra. Nel suo procedere stentato in questa casa-scala frutto di «disegni su disegni, calcoli su calcoli», il notaio sembra inoltrarsi in una sorta di “selva oscura” di dantesca memoria.

Siamo molto lontani dalla casa verticale quale spazio onirico tra la cantina e la soffitta, la terra e il cielo, culla protettiva dell’essere, calda dimora dell’infanzia e dell’intimità sognante, descritta dal filosofo Gaston Bachelard nel libro La poetica dello spazio. Il «viaggio» di Don Sebastiano lungo le scale, con quel vacillante passo nell’oscurità, annuncia piuttosto una casa glaciale molto poco poetica, dolce e rasserenante. 

La casa triste

«La famiglia, questo mistero in cui la nostra persona
si moltiplica, non vince, ma accresce la solitudine
»

Salvatore Satta

La casa natale di Salvatore Satta raccontata ne Il giorno del giudizio presenta però due facce contrastanti, «una triste e una lieta». La casa triste, di gran lunga prevalente nella narrazione, è quella quasi contigua al Corso Garibaldi, austera come può essere la casa di un notaio. Il piccolo portone d’ingresso è sempre chiuso, si apre soltanto per ricevere i clienti mandati dalle pene del diritto e della giustizia. Al suo interno aleggia un senso di vuoto, d’immobilità, di solitudine, un silenzio profondo. É la casa fredda, anoressica, dove a Natale non si fa il presepe, perché ritenuto una «sciocchezza», e dove non è mai entrato un giocattolo, perché a Don Sebastiano non è mai piaciuto giocare. 

È soprattutto la casa prigione di Donna Vincenza, «inchiodata al suo seggiolone» con le gambe grosse «deformate dall’artrite e dalle gravidanze»: «una donna senza speranza… con il capo sempre chino sul petto». Dopo l’ultima gravidanza, i letti di Donna Vincenza e di Don Sebastiano si sono separati. Donna al terzo piano, un piano sopra Don, che dorme nella stanza attigua allo studio, dal quale non scende più per cenare. Due vite lontane soltanto due rampe di scale, per lei molto faticose da salire, ma a una distanza emotiva siderale, ciascuna sprofondata nel proprio abisso.

L’unico svago che Donna Vincenza ogni tanto si concede è quello di guardare dalla finestra, con occhi lacrimosi prossimi alla cecità, i passanti sulla strada. È «il suo modo di partecipare alla vita», di stare nel mondo. In questa casa di sconfinata solitudine si è accesa però una luce, che le riscalda il cuore. Sono i libri portati dai figli e raccolti in uno stanzino, che Donna Vincenza guarda «con amore», anche se non li potrà mai leggere perché analfabeta. Un’ancora di salvezza – quei libri, quelle collezioni Sonzogno. Per il resto, a tenerla in vita, oltre gli amati figli, rimangono solo i ricordi di quando era ancora una donna giovane, bella e felice. 

La casa lieta

Alla casa alta e triste dominata dallo studio accessibile soltanto a Don Sebastiano e ai suoi clienti, si contrappone, sul retro, la casa bassa e felice della corte. É la casa aperta al «grande soffio della montagna», fatta di «casette rustiche» dove si raccolgono e dimorano i frutti della terra. Qui c’è luce, aria, movimento, vita. C’è un bell’oleandro fiammeggiante dai fiori rossi amato dallo stesso Don Sebastiano, ma con il passare del tempo odiato da Donna Vincenza per fare dispetto al marito.

Le serve del vicinato si recano nella corte per cuocere il pane carasau nella «casetta del forno», che è come «un’altare o una tomba etrusca». Il momento più atteso è l’arrivo, «nelle lucide giornate di ottobre», dei carri a buoi carichi di uva, la cui vinificazione rende «la casa simile a una grande culla»: eccola, finalmente, una rêverie che sarebbe piaciuta a Bachelard. Ma finita la vendemmia, la casa natale di Salvatore Satta ripiomba nella sua abituale solitudine, trattenendo per qualche tempo il ricordo di quei giorni lieti con l’odore del mosto che staziona nelle scale e nell’atrio.

Salvatore Satta e la moglie Laura Boschian con un asinello nella casa di Fregene, dove il 25 luglio 1970 lo scrittore iniziò la stesura di Il giorno del giudizio.

La corte descritta nelle belle pagine de Il giorno del giudizio – alla quale può associarsi la magnifica rappresentazione del “carro a buoi” dei contadini di Seuna – é come un inno alla civiltà dei sardi, ricco anche di spunti etnografici. Nuoro non era soltanto luogo di solitudini, «nido di corvi», e il suo grande figlio Salvatore Satta lo sapeva bene, amandola come una madre, ma a modo suo. Lo scrittore e giurista cercò di far rivivere nella bella abitazione di Fregene «le linee delle antiche case sarde, che mi porto da cinquant’anni nel cuore, ma l’architetto naturalmente non ne ha capito nulla». Un po’ la stessa cosa capitò tanti anni prima per la casa natale di Nuoro, quando Don Sebastiano ne affidò la costruzione all’ingegnere Don Gabriele Mannu, che «invece di una casa fece una scala».

Sarebbe stato bello, in questo 2025, poter onorare la memoria di Salvatore Satta leggendo ad alta voce brani de Il giorno del giudizio con l’accompagnamento del suono di una fisarmonica tra le casette della corte della casa lieta posta in prossimità della casa natale di un altro zigante di Nuoro, Sebastiano Satta. Ma la casa lieta versa da tempo in uno stato di abbandono a dir poco indegno di quella memoria. Chissà, forse per il sessantesimo.

LA STAZIONE SCOMPARSA, MEMORIE LETTERARIE NUORESI

«La stazione era bellissima»

(da Claudia Nieddu, Una linea di racconti)

La stazione scomparsa è la vecchia stazione ferroviaria di Nuoro, demolita alla fine degli anni ’50 del secolo scorso. Sorgeva a “Sa ‘e Marine”, oggi piazza Italia, stazione di testa della linea ferroviaria Macomer-Nuoro. Fu inaugurata il 6 febbraio 1889, giorno in cui la prima “vaporiera”, una locomotiva Winterthur, entrò sbuffando nella stazioncina, non molto più grande di una chiesetta campestre, accolta da una folla in delirio. Il viaggio durava 4 ore, il biglietto costava 0,75 lire (come si riporta in questo articolo). Anche la “selvaggia” Nuoro saliva finalmente in carrozza, entrava nella storia, iniziando, con i suoi 7 mila abitanti scarsi, il percorso da paese a città.  

Nel maggio del 1958 – quando l’urbe contava ormai oltre 20 mila residenti –  entrò in funzione la nuova stazione di Via Lamarmora perché quella vecchia di piazza Italia non bastava più. Della stazione ottocentesca non rimase traccia. Neppure una pietra, una lapide, una targa ricordo: nulla. S’istassione era diventata un pregevole edificio, ma si preferì abbatterlo, fagocitato da quella “sindrome demolitoria” devastante di cui abbiamo scritto in un precedente articolo. In fondo era ancora giovane, aveva settant’anni, che per una stazione non sono tanti. 

La stazione scomparsa continua però a vivere nelle parole di scrittori e poeti che ne parlarono, tramandandone la memoria. Sin dal loro apparire, treni, binari e stazioni entrarono dappertutto nell’immaginario letterario, e in più generale artistico, facendosi racconto, poesia, reportage, immagine. Basti pensare a Dickens, Hugo, Proust, Virginia Wolf, Zola, e tanti altri. Successe anche a Nuoro, in un misto di entusiasmo e spaesamento, come testimoniano le citazioni contenute nella Mappa Letteraria, con le quali proseguiremo ora il nostro viaggio. Si tratta di frammenti, passaggi più o meno lunghi all’interno di opere che parlano d’altro, ma che hanno lasciato tracce durature e compongono nel loro insieme il ritratto di un luogo ancora oggi ricordato con affetto e nostalgia.

L’arrivo del treno alla stazione di Sa ‘e Marine

«C’erano tutti a spiare l’arrivo di su caddu nieddu: il cavallo nero, l’ansimante caffettiera che, sbucando dai tornanti a strapiombo di Punta ‘e Dionisi, avrebbe portato in città il progresso. La gente innalzava cartelli con su scritto W IL PROGRESSO! e le scolaresche, intruppate più o meno disciplinatamente dai loro altrettanto eccitati insegnanti, sventolavano bandierine tricolori». Così scrive Alberto Caocci in un contributo apparso nel volume collettaneo Nuoro e il suo volto, da lui stesso curato insieme ad Ottorino Alberti. 

Prima del cavallo nero, alla stazione arrivava un altro cavallo, ma bipede,  Roffaele Bumbuddu, il mitico uomo-cavallo conosciuto da tutti i nuoresi. Lo ricorda Indro Montanelli, in Tagli su misura del 1960, che nel 1917 era giunto a Nuoro a seguito del padre Sestilio nominato preside della Scuola Normale. «E il trenino tossicoloso e ansimante, impennacchiato di fumo e di scintille perché andava a legna, non aveva più fiato per tener dietro al bipede destriero che trionfalmente lo batté al traguardo della stazione, dove lo accolsero gli osanna di un branco di ragazzacci»”. Ma la caffettiera, con l’arrivo delle automotrici Diesel, accelerò il passo e per Roffaele non ci fu più niente da fare. 

«Mesupezza ch’es tottu mandronia
fiti, a s’abesu suo, corcau ziccande;
e hat nau cand’hat bidu chi fruschiande
ch’est iserghia biacue sa ferrovia:
– Compà, gai Deus m’assistat, si credìa
chi si podèret goi currere bolande,
pro chi custu ingrediente, s’est andande,
la fachet fiuzas a s’acchettu ‘e zia!»

«Mesupezza che è tutto pigrizia
era sdraiato al suo solito e ciccava;
e disse appena vide che fischiando
frusciava via in quei pressi il treno:
– Compà, che Dio m’aiuti, non avrei creduto
che si potesse correre veloci come il volo
perché questo ingrediente, quand’è in corsa,
la fa anche al puledro della zia!»

(da Sebastiano Satta, Sa ferrovia)

Naturalmente, l’«ingrediente» della poesia di Sebastiano Satta è il treno – tanto veloce quanto Mesupezza è pigro -, nominato in questo modo come a indicare qualcosa di imprecisato e di stravagante.

Sa caffetera scendeva verso Nuoro sferragliando e sbatacchiando tra i precipizi e le boscaglie di Monte Dionisi, «seminando faville e scompiglio / tra stormi di cornacchie» (Peppino Mura, Sa caffetera). All’ultima curva fischiava ripetutamente, finché si fermava sfinita davanti alla piccola stazione e tutte le volte era come assistere a un miracolo, «il miracolo di giungere a Nuoro» (Salvatore Satta, Spirito religioso dei Sardi). Ricordava un po’ “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, il famoso cortometraggio dei fratelli Lumière che inventarono il cinema, anche se non c’era nessuno a riprenderla. 

A sinistra un fotogramma dal film “L’arrivée d’un train en gare de La Ciotat” girato da Louis Lumière nel 1897 e a destra una fotografia della stazione ferroviaria di Nuoro negli anni ’30 (Fonte Wikipedia)

La stazione scomparsa, una bellezza perduta

La vecchia stazione, quando era nata da poco, non piaceva a Grazia Deledda, che nel romanzo Il tesoro ne rimarca l’aspetto «oltre ogni dire triste e misero». Il capitano dell’esercito Alete Cionini, nel suo libro La Sardegna del 1896, un anno prima della pubblicazione del romanzo deleddiano, ne fornisce un’immagine più positiva. «… la bella stazioncina di Nuoro, ormai finita ed abitata, rallegrava un vicinato, fino allora trascurato, ed offriva, coi suoi viali e coi sui ameni dintorni, una bella passeggiata ed uno svago anche per gli arrivi e per le partenze dei treni». Lì accanto ombreggiava il giardinetto con «panchine di pietra, fitto di tigli e il roseto che ricopriva tutto un muro di cinta» (Franco Floris, Gli ingenui).

Giungere a Nuoro con il “cavallo nero” – o “d’acciaio”, per Marinetti – significava entrare nella bellezza del suo paesaggio. Sebastiano Satta, in uno scritto del 1893, se ne fa cantore. Il treno arriva alla stazione e «..Nuoro, tra la superba conca dei monti sorride, protesa verso il sole: il paesaggio tutto luce ed azzurro si spalanca gloriosamente». Il Gennargentu «scintillante» di neve, i monti di Oliena «brulli e rugosi», l’Ortobene «fremente d’elci». Qualche anno dopo, Grazia Deledda, nel romanzo sopra citato, sembra quasi fare eco al poeta. È una “veduta” più raccolta, prossima, che spazia dall’Ortobene alla «collinetta di Sant’Onofrio, coperta di quel tenero verde d’autunno che fa sognare». La bianca stazione era il luogo della felicità di quel guardare, inondato da una luce che veniva dal cielo, dai monti, e dall’anima. 

Oggi la vista di quel paesaggio amato è occlusa dagli alti palazzi che circondano piazza Italia. Uno di questi è il palazzo del Comune, né brutto né bello. Costruito verso la fine degli anni sessanta, a due passi dal punto in cui sorgeva la stazione scomparsa, fu il frutto di altre demolizioni e visioni più o meno insensate. Ma questa è un’altra storia. 

Questo doveva essere il paesaggio che Grazia Deledda vedeva dalla stazione di “Sa ‘e Marine”
L’originaria stazione di Nuoro nel 1937 dopo la ristrutturazione

Gambali e corbule

In una modesta stazione capolinea come quella di Nuoro si arrivava o si partiva, ma non si scendeva e si sostava per ripartire cambiando direzione. Come oggi. Il movimento di merci e persone, magari con bestiame e bidoni pieni di latte al seguito, era unicamente regolato dall’orario ferroviario. A una certa ora del giorno la stazione si animava, poi calava il silenzio, che si protraeva diverse ore sino al prossimo treno in arrivo o in partenza. Nel 1933 si alternavano tre coppie giornaliere di treni. Il primo treno per Macomer partiva da Nuoro alle alle 5,20 del mattino, alle 9,10 arrivava il primo treno da Macomer. Alle 10,40 secondo treno in partenza cui seguiva alle 14,20 il secondo in arrivo. Alle 15,30 terzo e ultimo treno in partenza e alle 21,30 terzo e ultimo treno in arrivo. La corsa durava tre ore e mezza. 

«La piccola stazione impregnata di denso fumo, brulicava di gente arrivata anche dal circondario per accompagnare e salutare i parenti che partivano», scrive Giovanni Piga in Sa andalas de su tempus. Erano «pastorazzi con le bertulas piene di formaggi che puzzavano da lontano» (Bachisio Floris, Tre ore). Contadine che uscivano dalla stazione con “sa corbula a cuccuru” (la cesta in testa).  «Signori in cilindro», con baffoni che sembravano «zanne di cinghiale», racconta ancora Piga, «carbonai in fustagno sporchi di fuliggine». Qualche studente figlio di cantoniere, qualche soldato triste. Ma anche detenuti ammanettati e sorvegliati da carabinieri in armi, come ricorda Maria Giacobbe in Diario di una maestrina. E innamorati, con cui da sempre le stazioni intrattengono un rapporto romantico più o meno gioioso. Successe all’antifascista Diddinu Chironi, protagonista del bel libro di Marina Moncelsi. «Poco discosta dalla stazione, una casetta anch’essa bianca, ma più piccola, è l’abitazione del casellante. Diddinu vede uscirne una ragazza che attira la sua attenzione; cammina scalza… trasporta pesanti secchi che ha riempito alla fonta». La donna di una vita.  

Due anziani alla vecchia stazione di Nuoro – Foto di Antonio Ballero (Fonte Sardegna Digital Library)

Esiste ancora la città-teatro?

A “Sa ‘e Marine” andava in scena, anche se in modo estemporaneo ed effimero, la società agro-pastorale nuorese del tempo, la stazione era il suo teatro “civico” – la civitas che si mostrava nello spazio pubblico. Si entrava e si usciva, si pagava un biglietto, proprio come a teatro o al cinema. Era un luogo del tutto inedito, senza passato. Lì arrivava, con il treno, il mondo vicino e lontano, la modernità, che rimescolava le carte del vivere e dell’abitare. Mutava il paesaggio fisico e sonoro, si sperimentava il tempo nuovo e sospeso del viaggio. Un luogo di conoscenza, di avventura, d’incontri, di speranze come di amarezze. Al fischio della vaporiera, Nuoro non si tirò indietro, non si chiuse,  ma – come ha scritto Sebastiano Satta – rispose «con l’eco dei suoi monti e con l’inno del lavoro che l’ingentilisce, la rafforza e la redime». Nuoro c’era perché c’era la sua stazione – e viceversa.

E oggi? Viene da dire che la stazione scomparsa sia in realtà quella attuale, almeno in termini letterari: la “stazione di carta”. La “nuova” stazione di Via Lamarmora conta soltanto tre citazioni localizzate nella Mappa Letteraria di Nuoro, contro le venti della vecchia stazione. I tempi sono cambiati, i treni hanno forse perduto in parte il loro appeal letterario del passato, nella stazione della Nuoro contemporanea non ci sono più microcosmi interessanti da osservare e raccontare. La stazione oggi è più grande, i treni sono più frequenti e veloci, è affiancata da un bel bar-pizzeria molto frequentato, ma le storie latitano. O forse è l’intera città-teatro ad essere scomparsa? Chissà. Comunque sia, a me piacerebbe che nella piazza Italia fosse posto un totem a ricordo della vecchia stazione come è stato giustamente fatto in altri luoghi per i Zigantes di Nuoro.

LA MEMORIA LETTERARIA DEI LUOGHI SCOMPARSI

Funtanedda

Ubisti

Due immagini del rione Sa ‘e Sulis fine anni ’50 – Fonte: foto di Janos Reismann postate in Facebook da Domenico Melia

Istiritta

Altre sparizioni a Istiritta

La “Pietra ballerina” in una cartolina di Sebastiano Guiso, anni ’20 – Fonte: Wikipedia

Le citazioni

Funtanedda: Grazia Deledda, La via del male e Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna // Nannino Offeddu, Immagini di Nuoro paese // Salvatore Ruju, Ritorno all’isola // Bachisio Zizi, Lettere da Orune Ubisti: Paolo Francesco Berria, Vocabolario sardo nuorese-italiano // Pietro Pala, Contos bos conto // Franceschino Satta, Sa funtana ‘e Ubisti Istiritta Fontana: Mario Ciusa Romagna, A Nuoro con Bernardino Palazzi // Roberto Deriu, La pantera di Bultei // Pasquale Dessanai, In s’abba // Enzo Espa, Nuoro non ama Nuoro // Ciriaco Offeddu, Deliberaciones // Romano Ruju, Il salto nel fosso Istiritta Pietra Ballerina: Vittorio Alinari, In Sardegna // Carlo Corbetta, Sardegna e Corsica // Alberto Della Marmora, Itinerario dell’isola di Sardegna // Pasquale Dessanai, Bibliografia // Massimo Pittau, L’Era fascista nella provincia italiana. Il Littorio a Nùoro // John W. Tyndale, L’isola di Sardegna Istiritta Mattatoio: Anonimo, La demolizione del mattatoio // Marcello Fois, Sangue dal cielo.

GRAZIA DELEDDA: UNA MAPPA NELLA MAPPA

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  1. Con la ricorrenza dei cento anni del Nobel conferito a Grazia Deledda nel 1926, la mappa è stata estesa all’intera Sardegna. Vedi in proposito il relativo articolo in questo sito. ↩︎

SANT’ONOFRIO, IL COLLE DI BUSTIANU

Sant’Onofrio: una storia travagliata
Il monumento della vergogna

MILLE CITAZIONI PER I LUOGHI DI NUORO

In alto la “copertina” dei video della Mappa Letteraria Nuoro e in basso l’elenco dei video localizzati nella mappa

IL REDENTORE NELLA MAPPA LETTERARIA NUORO

LA SOLITUDINE: LUOGO DELL’ANIMA DI NUORO

La Solitudine è un “topos” della geografia emozionale e letteraria di Nuoro. Una chiesetta alle pendici dell’Ortobene, una piazzetta, gli alberi, le valli, i monti lontani, il monumento di Maria Lai, la città sullo sfondo. Un luogo dove Nuoro finisce e incomincia, come una grande porta aperta su spazi diversi, che insieme fanno un mondo.  

La chiesa

La piccola chiesa della Madonna della Solitudine è il centro di questo microcosmo. Fu edificata nel Seicento e riprogettata da Giovanni Ciusa Romagna per accogliere, il 21 giungo del 1959,  le spoglie di Grazia Deledda traslate a Nuoro dal cimitero Verano di Roma. L’antica chiesetta è la casa di Maria Concezione, la protagonista del bellissimo romanzo deleddiano La chiesa della solitudine. Allora era “circondata davanti e da un lato da uno spiazzo rinforzato da un muricciolo che chiudeva una specie di orto”. Era l’orto coltivato da Ziu Linu, uomo giusto e premuroso, la lunga barba bianca del patriarca, amico e consigliere di Grazia Deledda. Per tanti anni visse, in povertà, nelle due stanzette addossate alla chiesa, le stesse di Maria Concezione. Allevava galline e maiali, pascolava “smunti branchi di pecore e capre”, come ha scritto Pasquale Mingioni, amato maestro in Nuoro e nel nuorese.

Le pareti interne della chiesa hanno il candore essenziale e sempre emozionante di un santuario campestre. La tomba dove riposa Grassiedda è una “cassapanca” in granito nero lucente. E’ bello immaginare che non sia sola, ma insieme ai personaggi dei suoi romanzi, eterni come lei, che percorrono il mondo “portando nelle loro misere bisacce fatte di pelo di capra i racconti di un’isola…” (Michele Pintore).

Un visitatore scatta delle fotografie al crocifisso dell’altare. Consegna lo smartphone al suo amico per farsi fare un ritratto accanto alla tomba. Sorride. Altre storie, altri mondi.  

La piazzetta

Il sole del pomeriggio illumina l’ingresso, lasciando in ombra il resto della chiesa. La luce sembra danzare sulle affascinanti figure ieratiche, di stile un po’ bizantino, incise sul portale bronzeo disegnato e scolpito da Eugenio Tavolara, che guardano “senza dir parola” (Mario Ciusa Romagna). E’ una porta di misteriosa e struggente bellezza, soglia tra sacro e profano, tra la chiesetta e il mondo.

Un merlo zampetta sul sagrato, poi vola via. Si sentono delle voci. Un cane abbaia, ma è poco più di un guaito, quasi avesse paura di disturbare.

La Solitudine è anche la piazzetta antistante la chiesa, in granito come la chiesa stessa e a questa congiunta da una bella scalinata. Ha una strana forma irregolare, come a imbuto. Il suo lato lungo confina con la strada, i cui rumori rompono di continuo la quiete del luogo. Dall’altro lato si restringe progressivamente fino al breve cammino in terra battuta che conduce al monumento di Maria Lai “Andando via” dedicato a Grazia Deledda. Qui, tra gli alti pini, “sa Solidae” si fa silenzio, meditazione, arte di abitare diversamente il mondo, la natura, l’altro. 

La Solitudine offre tanti posti a sedere: le vecchie panchine in ferro, i più recenti blocchi in pietra. Ma pochi vi si siedono. Del resto, un posto con quel nome non potrà mai essere un posto affollato. E’ una piccola piazza contemplativa, di raccoglimento, animata da presenze discrete, che aumentano nel tardo pomeriggio. E’ un po’ il “finis terrae” di Nuoro, il suo lembo di terra “sacra” e incantata, il suo promontorio luminoso immerso nel verde, all’inizio della salita al Monte e della discesa verso la valle di Marreri.