La casa natale di Salvatore Satta sorge nel cuore del centro storico di Nuoro in via Angioy 1. É la stessa casa, trasfigurata nella creazione letteraria, in cui abita il notaio Sebastiano Sanna Carboni, protagonista del romanzo capolavoro Il giorno del giudizio, che è l’ombra del padre del grande scrittore. La casa natale non la si dimentica mai, vive dentro di noi sino alla fine dei giorni, fonte inesauribile di ricordi e scritture, eterno e universale topos letterario dalle infinite variazioni.
Il giorno del giudizio è una cartografia letteraria, una mappa dell’anima profonda e misteriosa di Nuoro, dove gli spazi e i luoghi intrecciano continuamente le vicende di una folla di straordinari personaggi. É l’opera di un uomo da sempre in cammino con andare dubbioso – giurista, scrittore, marito, padre e nonno -, che cinque anni prima di morire intraprese l’ultimo viaggio della vita, nella sua e in quella degli altri conosciuti durante l’infanzia e la giovinezza quando Nuoro era ancora un paese, partendo proprio dalla casa paterna in cui era nato il 9 agosto 1902. Soltanto dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 19 aprile 1975, anche Il giorno del giudizio – che Salvatore Satta aveva scritto per sé, i propri famigliari e nessun altro – per fortuna nostra venne al mondo, lucente come un faro nella notte.
La casa scala

L’incipit è noto, meraviglioso: «Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona…». Disbrigate le pratiche, scende le scale per trasferirsi dallo studio alla stanza del pianoterra, «l’unica riscaldata da un vecchio caminetto», dove si ricongiunge con la moglie Donna Vincenza e i loro sette figli. E’ una discesa nel buio «immenso» appena rischiarato dai bagliori ondeggianti del lume a petrolio tenuto in mano. Ad ogni piano, come in un labirinto, si aprono i «buchi» delle gelide stanze una dentro l’altra. Nel suo procedere stentato in questa casa-scala frutto di «disegni su disegni, calcoli su calcoli», il notaio sembra inoltrarsi in una sorta di “selva oscura” di dantesca memoria.
Siamo molto lontani dalla casa verticale quale spazio onirico tra la cantina e la soffitta, la terra e il cielo, culla protettiva dell’essere, calda dimora dell’infanzia e dell’intimità sognante, descritta dal filosofo Gaston Bachelard nel libro La poetica dello spazio. Il «viaggio» di Don Sebastiano lungo le scale, con quel vacillante passo nell’oscurità, annuncia piuttosto una casa glaciale molto poco poetica, dolce e rasserenante.

La casa triste
«La famiglia, questo mistero in cui la nostra persona
si moltiplica, non vince, ma accresce la solitudine»Salvatore Satta
La casa natale di Salvatore Satta raccontata ne Il giorno del giudizio presenta però due facce contrastanti, «una triste e una lieta». La casa triste, di gran lunga prevalente nella narrazione, è quella quasi contigua al Corso Garibaldi, austera come può essere la casa di un notaio. Il piccolo portone d’ingresso è sempre chiuso, si apre soltanto per ricevere i clienti mandati dalle pene del diritto e della giustizia. Al suo interno aleggia un senso di vuoto, d’immobilità, di solitudine, un silenzio profondo. É la casa fredda, anoressica, dove a Natale non si fa il presepe, perché ritenuto una «sciocchezza», e dove non è mai entrato un giocattolo, perché a Don Sebastiano non è mai piaciuto giocare.
È soprattutto la casa prigione di Donna Vincenza, «inchiodata al suo seggiolone» con le gambe grosse «deformate dall’artrite e dalle gravidanze»: «una donna senza speranza… con il capo sempre chino sul petto». Dopo l’ultima gravidanza, i letti di Donna Vincenza e di Don Sebastiano si sono separati. Donna al terzo piano, un piano sopra Don, che dorme nella stanza attigua allo studio, dal quale non scende più per cenare. Due vite lontane soltanto due rampe di scale, per lei molto faticose da salire, ma a una distanza emotiva siderale, ciascuna sprofondata nel proprio abisso.
L’unico svago che Donna Vincenza ogni tanto si concede è quello di guardare dalla finestra, con occhi lacrimosi prossimi alla cecità, i passanti sulla strada. È «il suo modo di partecipare alla vita», di stare nel mondo. In questa casa di sconfinata solitudine si è accesa però una luce, che le riscalda il cuore. Sono i libri portati dai figli e raccolti in uno stanzino, che Donna Vincenza guarda «con amore», anche se non li potrà mai leggere perché analfabeta. Un’ancora di salvezza – quei libri, quelle collezioni Sonzogno. Per il resto, a tenerla in vita, oltre gli amati figli, rimangono solo i ricordi di quando era ancora una donna giovane, bella e felice.
La casa lieta
Alla casa alta e triste dominata dallo studio accessibile soltanto a Don Sebastiano e ai suoi clienti, si contrappone, sul retro, la casa bassa e felice della corte. É la casa aperta al «grande soffio della montagna», fatta di «casette rustiche» dove si raccolgono e dimorano i frutti della terra. Qui c’è luce, aria, movimento, vita. C’è un bell’oleandro fiammeggiante dai fiori rossi amato dallo stesso Don Sebastiano, ma con il passare del tempo odiato da Donna Vincenza per fare dispetto al marito.
Le serve del vicinato si recano nella corte per cuocere il pane carasau nella «casetta del forno», che è come «un’altare o una tomba etrusca». Il momento più atteso è l’arrivo, «nelle lucide giornate di ottobre», dei carri a buoi carichi di uva, la cui vinificazione rende «la casa simile a una grande culla»: eccola, finalmente, una rêverie che sarebbe piaciuta a Bachelard. Ma finita la vendemmia, la casa natale di Salvatore Satta ripiomba nella sua abituale solitudine, trattenendo per qualche tempo il ricordo di quei giorni lieti con l’odore del mosto che staziona nelle scale e nell’atrio.

La corte descritta nelle belle pagine de Il giorno del giudizio – alla quale può associarsi la magnifica rappresentazione del “carro a buoi” dei contadini di Seuna – é come un inno alla civiltà dei sardi, ricco anche di spunti etnografici. Nuoro non era soltanto luogo di solitudini, «nido di corvi», e il suo grande figlio Salvatore Satta lo sapeva bene, amandola come una madre, ma a modo suo. Lo scrittore e giurista cercò di far rivivere nella bella abitazione di Fregene «le linee delle antiche case sarde, che mi porto da cinquant’anni nel cuore, ma l’architetto naturalmente non ne ha capito nulla». Un po’ la stessa cosa capitò tanti anni prima per la casa natale di Nuoro, quando Don Sebastiano ne affidò la costruzione all’ingegnere Don Gabriele Mannu, che «invece di una casa fece una scala».
Sarebbe stato bello, in questo 2025, poter onorare la memoria di Salvatore Satta leggendo ad alta voce brani de Il giorno del giudizio con l’accompagnamento del suono di una fisarmonica tra le casette della corte della casa lieta posta in prossimità della casa natale di un altro zigante di Nuoro, Sebastiano Satta. Ma la casa lieta versa da tempo in uno stato di abbandono a dir poco indegno di quella memoria. Chissà, forse per il sessantesimo.