L’ospedale Cesare Zonchello di Nuoro nasce come sanatorio climatico negli anni ’30. È una delle tante opere pubbliche realizzate dal regime fascista a seguito della costituzione nel 1927 della provincia nuorese. In quel tempo la Sardegna era una delle regioni con la maggiore incidenza di ammalati e deceduti vittime del “mal sottile”, che colpiva duramente le zone interne e per le quali occorreva un sanatorio territoriale. La scelta cadde non su Fonni o Aritzo, località amene di montagna, ma sulla più collinare Nuoro. Venne localizzato dietro il colle di Biscollai, al riparo dai forti venti di maestrale, con magnifica vista sui monti della Barbagia. E soprattutto a distanza di sicurezza dalla città per evitare il rischio del contagio. Tutto intorno furono impiantati oltre 3000 alberi, soprattutto pini ed eucaliptus, che rendevano più salubre l’aria respirata dagli ammalati e che divennero presto un bosco.
La costruzione del sanatorio nuorese fu promossa inizialmente dalla Croce Rossa Italiana, che nel 1936 lo donò all’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale. Il complesso, articolato su padiglioni lineari, venne ufficialmente inaugurato il 7 giugno 1939 alla presenza dei Reali d’Italia. Progettato dal valente architetto Ghino Venturi, rappresenta, con le sue linee sobrie, uno dei migliori esempi dell’architettura razionalista della Nuoro Littoria. E secondo alcuni anche dell’intera rete degli oltre 60 nuovi sanatori dell’Italia fascista.


Dal sanatorio all’Hospice
Il sanatorio è un luogo ricorrente nell’immaginario letterario novecentesco, generatore di grandi capolavori come La montagna incantata di Thomas Mann, il cui equivalente italiano è La veranda di Salvatore Satta. Quando Mario Ciusa Romagna visitò per l’ultima volta Salvatore Cambosu ricoverato da tempo al sanatorio di Nuoro, lo invitò a scrivere la «Montagna incantata sarda». «Sì, certo» ribatté lo scrittore «Quante cose!». Ma non molto dopo quell’incontro Salvatore Cambosu morì, portandosi via per sempre la sua montagna incantata e lasciando una stanza piena di libri.
L’Ospedale Cesare Zonchello di oggi non è più un sanatorio, ma la morte non ha smesso di abitarlo. Accade all’Hospice, il reparto cure palliative di riconosciuta eccellenza sanitaria e umanitaria. E’ posto nella parte alta, accanto alla Cappella, quasi al limitare con le scure e contorte querce di Biscollai. Da lassù si intravede l’ospedale nuovo di San Francesco, si odono le sirene delle autoambulanze mescolarsi al canto degli uccelli. E proprio questa mattina l’eco di quelle sirene s’intreccia alle voci di parenti e amici convenuti nella Capella per l’ultimo saluto a un loro caro estinto. «Si può morire in vari modi, ma le cure palliative danno dignità e senso alla morte». Così scrive Salvatore Salis, direttore dell’Hospice e autore di uno straordinario libro di testimonianze. La sua lettura suscita forti emozioni e un profondo sentimento di gratitudine per tutti coloro che operano in questa struttura così necessaria e valorosa. Essere per la morte significa essere per la vita, una vita autentica, come sosteneva il filosofo Martin Heidegger.

L’ospedale nel bosco
La cancellata originaria che circondava l’Ospedale Cesare Zonchello venne col tempo sostituta dall’attuale muro perimetrale, come a voler isolare meglio la “zona infetta” da una città dei sani sempre più prossima a quella degli ammalati. Bachisio Floris ricorda, nel suo Nùoro forever, che girando intorno al sanatorio «Non si vedeva niente», perché la lunga e folta «selva» degli eucaliptus posti subito dietro l’inferriata ne impediva la vista. Vi era quindi una sorta di rimozione visiva del luogo: non vedere, non sapere, alimentava l’immaginario popolare della malattia.
Quanti alberi, alti, imponenti, a tratti quasi come in un bosco, le cui larghe fronde si rispecchiano nelle innumerevoli vetrate delle finestre e porte dei padiglioni, acuendone la percezione e conferendogli una bellezza luminosa. Luce e aria sono il respiro segreto di questo luogo, il suo cielo, la sua vita.
Un riccio si muove tranquillo nel sottobosco sino a scomparire tra la vegetazione. È bellissimo, lo riprendo con lo smartphone. Capitato da queste parti nell’ambito del suo suo celebre Viaggio in Italia (1957), lo scrittore e giornalista Guido Piovene, per il quale lo Zonchello era uno dei migliori sanatori italiani, vide per la prima volta «un nuovo animale, il muflone». Che meravigliose magie riserva sempre la natura.
L’Ospedale Cesare Zonchello non è solo una struttura di servizi socio-sanitari, ma è anche un parco, inglobato ormai nella città, costituendone una grande risorsa ambientale e culturale. È un parco della memoria, che racconta un pezzo importante della storia di Nuoro ed è collocato in un luogo, l’area del Quadrivio, di rilevanza strategica per lo sviluppo futuro della città.

LE CITAZIONI
La Mappa Letteraria Nuoro contiene attualmente 13 citazioni localizzate all’Ospedale Zonchello provenienti dalle seguenti opere: Gianfranco Brandanu, L’Ospedale sanatoriale di Nuoro, in «Nuoro Littoria», 26 novembre 1938 / Ugo Carcassi, Il San Francesco ed il Cesare Zonchello ospedali di Nuoro, Solinas, 2004 / Franco Salvatore Delrio, Storie di straordinaria “follia”, in Sandro Lecca, «A viva voce. Storie da Nuoro», Condaghes, 2015 / Bachisio Floris, Nùoro forever, Cuec, 2009 / Francesco Masala, Dolce morte e amara vita di Salvatore Cambosu, postfazone a Salvatore Cambosu, «Miele amaro», Il Maestrale, 1999 / Guido Piovere, La Sardegna, in Id.,«Viaggio in Italia», Mondadori, 1957 / Mario Ciusa Romagna, La montagna incantata di Cambosu, in «L’Unione Sarda», 1 luglio 1975 / Salvatore Salis, Storie di vita dall’Hospice. Volaos che sunu sos puzones, Ethos, 2015 / Graziano Siotto, La leggenda di Mamodinu, La Riflessione, 2010