NOBEL 1926: UNA MAPPA LETTERARIA PER GRAZIA DELEDDA

Nobel 1926 è il Nobel per la Letteratura conferito nel 1926 a Grazia Deledda, che è ancora oggi la prima e unica scrittrice italiana ad essere stata insignita di un riconoscimento così prestigioso. Andò a ritirarlo ufficialmente l’anno successivo. Giunse alla stazione di Stoccolma in una gelida serata dell’8 dicembre con il cosiddetto “Treno dei Nobel” mentre era in corso un’eclissi di luna. Occupava insieme al marito Palmiro Madesani l’ultima carrozza del treno. I due vi erano saliti a Trelleborg, dopo aver attraversato il mar Baltico con il traghetto che collegava la Germania alla Svezia. Un mare, come Grazia Deledda avrebbe poi scritto nel racconto breve Due giorni a Stoccolma, «che la fantasia vedeva mortalmente nero e tempestoso». In viaggio da tre giorni, arrivò all’agognata meta stanca morta, ma felice, coronando un sogno coltivato da quasi trent’anni. Un giornalista salito sul treno la descrisse come «una donna minuta, dolce, bianca di capelli» seduta accanto al finestrino. 

Il 10 dicembre, durante la cerimonia di premiazione svoltasi nella sontuosa “Sala dei Concerti” di Stoccolma, Grazia Deledda ritirò dalle mani del Re di Svezia il suo meritatissimo Nobel 1926. Quell’anno il premio ammontava a 117 mila corone svedesi, corrispondenti a mezzo milione di lire, non poco per quei tempi. Il discorso di ringraziamento pronunciato dalla scrittrice fu breve, ma intenso e non di mera circostanza. L’incipit dovette risultare abbastanza ruvido, se non spiazzante, all’orecchio di certi convenuti. «Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei».

Il cielo del 1927

Il premio Nobel per la Letteratura del 1927 fu assegnato non a uno scrittore o a un poeta, ma a un filosofo, Henri Bergson, grande studioso del tempo vissuto e della memoria. In quello stesso anno, un altro gigante della filosofia, Martin Heidegger, pubblicava l’opera fondamentale Essere e tempo. Non so se Grazia Deledda conoscesse il pensiero di questi due filosofi, che sembra a volte risuonare nelle storie da lei raccontate. E nel suo modo di vivere, di fare esperienza di sé e degli altri esseri viventi, compresi gli animali, delle cose, della natura, dei paesaggi. Con le ombre e le luci, le paure e le gioie di un’esistenza che si faceva scrittura. 

Il Nobel 1926 cercò fino alla morte la vita autentica, come esortava a fare Heidegger, liberandosi dal dominio della chiacchiera, del conformismo, delle relazioni superficiali, delle gelosie, degli equivoci, dei pregiudizi. Per il pensatore tedesco occorreva superare la tendenza degli esseri umani a perdersi come semplici presenze “gettate” nel mondo, “canne al vento” in balia della sorte. Il coraggio, la “grazia” di Deledda fu proprio questa: superare l’angoscia di un’esistenza intrappolata nella mediocrità per vivere una vita continuamente aperta al progetto e alla ricerca del senso delle cose, andando incontro al suo essere originario.

Una straordinaria costellazione fu quindi il cielo del 1927 brillante delle stelle di Grazia Deledda, Henri Bergson, Martin Heidegger, la prima trasvolata atlantica senza scalo di Charles Lindbergh, l’uscita nelle sale del film capolavoro Metropolis di Fritz Lang. E l’ormai per sempre lontana Nuoro, ma solo geograficamente, che in quell’anno diventava capoluogo di provincia, intraprendendo decisa il percorso da paese a città in un mondo che stava profondamente cambiando . 

La Sala dei Concerti (Konserthuset) di Stoccolma in una foto del 1926 – Fonte Wikipedia

Nobel 1926: in Sardegna con Grazia Deledda


Nell’ottobre 2024 ho creato una mappa letteraria dedicata a Grazia Deledda riutilizzando le citazioni già presenti nella Mappa Letteraria Nuoro. In occasione del centenario del Nobel 1926 ho voluto estendere tale mappa al resto della Sardegna, generando quindi una più ampia e ricca cartografia delle opere deleddiane che contengono riferimenti a luoghi precisi di tutta l’Isola. Avrei potuto imbarcami per il Continente, come la stessa Grazia fece tante volte, andando e tornando finché non torno più, e costruire una mappa deleddiana relativa all’intera Italia, cosa che non escludo per il futuro. Al momento ho preferito però starmene in Sardegna, la terra mai dimenticata che ispirò la gran parte dei romanzi di Grazia Deledda e tutti i suoi capolavori. Furono le storie sarde, ambientate per lo più nella natale Nuoro e nel nuorese, a farle vincere il Nobel, come risulta dalla stessa motivazione con la quale le fu conferito il premio. «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

La mappa raccoglie ad oggi 233 citazioni letterarie, per oltre la metà localizzate nel territorio del solo comune di Nuoro. Chi fosse interessato può contribuire all’arricchimento della mappa segnalando eventuali nuove citazioni. Con l’eccezione di Cenere e di pochi altri romanzi o novelle, le citazioni riguardanti luoghi esterni all’area di Nuoro e del nuorese – dalla Gallura, al Logudoro all’amata Cagliari “citttà dell’amore” – provengono in gran parte da scritture non strettamente narrative. Si tratta di testi brevi di contenuto per lo più informativo, a volte di veri e propri reportage anche di carattere storico, scritti per riviste o presenti nella stessa vasta produzione epistolare, modalità di comunicazione ed espressione entrambe molto utilizzate dalla scrittrice nuorese.

Grazia Deledda era una donna curiosa, attenta, costantemente protesta verso il mondo prossimo e conosciuto come verso quello lontano e sconosciuto. Le piaceva muoversi tra orizzonti diversi, nei boschi, lungo la riva del mare, prendere un treno, una corriera, un piroscafo, montare a cavallo. Una donna da sempre in cammino, con il corpo e con l’anima, e il lungo e faticoso viaggio verso Stoccolma del dicembre 1927 fu forse il viaggio più bello della sua vita.

L’OSPEDALE CESARE ZONCHELLO DI NUORO

L’ospedale Cesare Zonchello di Nuoro nasce come sanatorio climatico negli anni ’30. È una delle tante opere pubbliche realizzate dal regime fascista a seguito della costituzione nel 1927 della provincia nuorese. In quel tempo la Sardegna era una delle regioni con la maggiore incidenza di ammalati e deceduti vittime del “mal sottile”, che colpiva duramente le zone interne e per le quali occorreva un sanatorio territoriale. La scelta cadde non su Fonni o Aritzo, località amene di montagna, ma sulla più collinare Nuoro. Venne localizzato dietro il colle di Biscollai, al riparo dai forti venti di maestrale, con magnifica vista sui monti della Barbagia. E soprattutto a distanza di sicurezza dalla città per evitare il rischio del contagio. Tutto intorno furono impiantati oltre 3000 alberi, soprattutto pini ed eucaliptus, che rendevano più salubre l’aria respirata dagli ammalati e che divennero presto un bosco.

La costruzione del sanatorio nuorese fu promossa inizialmente dalla Croce Rossa Italiana, che nel 1936 lo donò all’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale. Il complesso, articolato su padiglioni lineari, venne ufficialmente inaugurato il 7 giugno 1939 alla presenza dei Reali d’Italia. Progettato dal valente architetto Ghino Venturi, rappresenta, con le sue linee sobrie, uno dei migliori esempi dell’architettura razionalista della Nuoro Littoria. E secondo alcuni anche dell’intera rete degli oltre 60 nuovi sanatori dell’Italia fascista. 

Il sanatorio negli anni '30
Il sanatorio negli anni 30
L’ospedale oggi

Dal sanatorio all’Hospice 

Il sanatorio è un luogo ricorrente nell’immaginario letterario novecentesco, generatore di grandi capolavori come La montagna incantata di Thomas Mann, il cui equivalente italiano è La veranda di Salvatore Satta. Quando Mario Ciusa Romagna visitò per l’ultima volta Salvatore Cambosu ricoverato da tempo al sanatorio di Nuoro, lo invitò a scrivere la «Montagna incantata sarda». «Sì, certo» ribatté lo scrittore «Quante cose!». Ma non molto dopo quell’incontro Salvatore Cambosu morì, portandosi via per sempre la sua montagna incantata e lasciando una stanza piena di libri.

L’Ospedale Cesare Zonchello di oggi non è più un sanatorio, ma la morte non ha smesso di abitarlo. Accade all’Hospice, il reparto cure palliative di riconosciuta eccellenza sanitaria e umanitaria. E’ posto nella parte alta, accanto alla Cappella, quasi al limitare con le scure e contorte querce di Biscollai. Da lassù si intravede l’ospedale nuovo di San Francesco, si odono le sirene delle autoambulanze mescolarsi al canto degli uccelli. E proprio questa mattina l’eco di quelle sirene s’intreccia alle voci di parenti e amici convenuti nella Capella per l’ultimo saluto a un loro caro estinto. «Si può morire in vari modi, ma le cure palliative danno dignità e senso alla morte». Così scrive Salvatore Salis, direttore dell’Hospice e autore di uno straordinario libro di testimonianze. La sua lettura suscita forti emozioni e un profondo sentimento di gratitudine per tutti coloro che operano in questa struttura così necessaria e valorosa. Essere per la morte significa essere per la vita, una vita autentica, come sosteneva il filosofo Martin Heidegger. 

L’ospedale nel bosco

La cancellata originaria che circondava l’Ospedale Cesare Zonchello venne col tempo sostituta dall’attuale muro perimetrale, come a voler isolare meglio la “zona infetta” da una città dei sani sempre più prossima a quella degli ammalati. Bachisio Floris ricorda, nel suo Nùoro forever, che girando intorno al sanatorio «Non si vedeva niente», perché la lunga e folta «selva» degli eucaliptus posti subito dietro l’inferriata ne impediva la vista. Vi era quindi una sorta di rimozione visiva del luogo: non vedere, non sapere, alimentava l’immaginario popolare della malattia. 

Quanti alberi, alti, imponenti, a tratti quasi come in un bosco, le cui larghe fronde si rispecchiano nelle innumerevoli vetrate delle finestre e porte dei padiglioni, acuendone la percezione e conferendogli una bellezza luminosa. Luce e aria sono il respiro segreto di questo luogo, il suo cielo, la sua vita. 

Un riccio si muove tranquillo nel sottobosco sino a scomparire tra la vegetazione. È bellissimo, lo riprendo con lo smartphone. Capitato da queste parti nell’ambito del suo suo celebre Viaggio in Italia (1957), lo scrittore e giornalista Guido Piovene, per il quale lo Zonchello era uno dei migliori sanatori italiani, vide per la prima volta «un nuovo animale, il muflone». Che meravigliose magie riserva sempre la natura.

L’Ospedale Cesare Zonchello non è solo una struttura di servizi socio-sanitari, ma è anche un parco, inglobato ormai nella città, costituendone una grande risorsa ambientale e culturale. È un parco della memoria, che racconta un pezzo importante della storia di Nuoro ed è collocato in un luogo, l’area del Quadrivio, di rilevanza strategica per lo sviluppo futuro della città. 

LE CITAZIONI

La Mappa Letteraria Nuoro contiene attualmente 13 citazioni localizzate all’Ospedale Zonchello provenienti dalle seguenti opere: Gianfranco Brandanu, L’Ospedale sanatoriale di Nuoro, in «Nuoro Littoria», 26 novembre 1938 / Ugo Carcassi, Il San Francesco ed il Cesare Zonchello ospedali di Nuoro, Solinas, 2004 / Franco Salvatore Delrio, Storie di straordinaria “follia”, in Sandro Lecca, «A viva voce. Storie da Nuoro», Condaghes, 2015 / Bachisio Floris, Nùoro forever, Cuec, 2009 / Francesco Masala, Dolce morte e amara vita di Salvatore Cambosu, postfazone a Salvatore Cambosu, «Miele amaro», Il Maestrale, 1999 / Guido Piovere, La Sardegna, in Id.,«Viaggio in Italia», Mondadori, 1957 / Mario Ciusa Romagna, La montagna incantata di Cambosu, in «L’Unione Sarda», 1 luglio 1975 / Salvatore Salis, Storie di vita dall’Hospice. Volaos che sunu sos puzones, Ethos, 2015 / Graziano Siotto, La leggenda di Mamodinu, La Riflessione, 2010